E la modella perse la scarpa…

C’è una piacevole sorpresa per noi amanti dei piedi femminili. Una sorpresa che arriva dal mondo delle sfilate di moda. Qui, dove solitamente regna un ordine e una precisione maniacali può capitare di vedere una modella perdere una scarpa durante la sfilata e lasciare i suoi bei piedi velati in bella mostra.

E’ esattamente quello che è successo alla modella tedesca Barbara Meier l’altro giorno a Berlino durante la sfilata della stilista austriaca Lena Hoschek. La modella ha poi deciso di togliersi anche l’altra scarpa e di proseguire scalza la sfilata. Per la gioia dei nostri occhi… 🙂

La modella Barbara Meier mentre perde la scarpa.

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I piedi di Caterina Balivo

I bellissimi piedi divini di Caterina Balivo in questa serie di tre video trovati su YouTube.

e per concludere, un vero sballo: vestitino rosso e collant

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Calzedonia – Sorelle d’Italia

Uno spot ingiustamente criticato. Secondo me è una delle migliori realizzazioni degli ultimi tempi.

Posso solo dire: “Viva le donne italiane! Vive le loro gambe e i loro piedi!”

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Calcio in testa

Attenti a certe ragazze. La ragazza nel video sorprende un ragazzo con un magnifico calcio in testa, poi lo colpisce con altri calci sulla schiena e sullo stomaco.

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Il coraggio di Monica

Una giovane donna difende suo figlio da un violento aggressore

In un paesino ai piedi delle prime colline il sole splendeva in un frizzante sabato mattina di primavera inoltrata.
In un piccolo ma ben curato cortile di una villetta Luca, un bambino di cinque anni, giocava spensieratamente.
Sulle piastrelle di cotto della veranda Luca poteva finalmente provare i giocattoli che aveva da poco ricevuto per il proprio compleanno. Era infatti la prima bella giornata dopo una settimana di maltempo.

Luca era un bimbo dolce e tranquillo, primo figlio di una coppia di giovani professionisti. Il padre era fotografo e la madre era una stilista in ascesa.
Quel giorno il padre di Luca era al lavoro. Era stato chiamato per realizzare un servizio fotografico in occasione di una cerimonia fuori città. Di conseguenza era uscito di casa molto presto, quando la moglie e il figlio erano ancora a letto.

Monica era rimasta a casa, quando non era impegnata personalmente nell’organizzazione delle sfilate gran parte del suo lavoro si svolgeva tra le mura domestiche. Da poco aveva allestito una stanza del piano terra come atelier.

Tuttavia quella mattina Monica se l’era presa con una certa calma. Al momento non aveva una gran mole di lavoro da svolgere.
Si era alzata verso le nove e dopo aver svegliato Luca gli aveva preparato la colazione. Successivamente il bambino, complice la tanto attesa giornata di sole, aveva chiesto alla mamma se poteva uscire in cortile a giocare. Monica gli sorrise e disse di sì.
Diede una rapida spazzata in cucina, poi Monica andò al piano di sopra, in camera da letto.

Per Monica era un periodo particolarmente sereno e felice. Era sposata da cinque anni e il matrimonio andava bene. Grandi soddisfazioni arrivavano inoltre dal lavoro, la sua carriera di giovane stilista procedeva alla grande e cominciava a vedere i primi ritorni economici del suo impegno.
Ma la sua vera gioia era il suo piccolo Luca. Non sarebbe stato solo per molto, Monica aveva da poco scoperto di essere incinta per la seconda volta. Gli esami la indicavano al terzo mese.

Si sentiva raggiante e piena di energia. Ad appena trent’anni si sentiva realizzata come moglie, madre e professionista.
Questa ondata di successo non sembrava avere effetti collaterali sulla sua vita. Monica è sempre stata una donna con i piedi per terra e la testa sulle spalle. Sapeva che ogni soddisfazione nella vita si poteva raggiungere soltanto attraverso un duro lavoro.

Monica era alta appena 1.60 e aveva un fisico rotondetto ma ben proporzionato. I suoi capelli castano scuri a caschetto, i suoi occhi verdi e soprattutto il suo bel sorriso in quel viso dai lineamenti dolcissimi la rendevano una donna estremamente femminile.

I piedi di Monica

I piedi di Monica

Si sedette sul letto, si tolse il suo baby-doll e si mise indosso un abitino di seta rosa di pregevole fattura, poi indossò un paio di collant trasparenti 15 den. Sul letto c’era un orsacchiotto di peluche lasciato la sera prima da Luca. Monica guardò l’orsacchiotto con uno sguardo tenero, come se volesse parlargli, poi lo accarezzò dolcemente tra i suoi piedini velati. Le calze trasparenti che indossava lasciavano trasparire le unghie dei suoi piedi, smaltate di un vivace rosa perlato.

Fu solo un breve momento di distrazione. Monica si ricordò ben presto di essere una donna concreta. Si alzò quasi di scatto dal letto, si infilò un paio di ballerine bianche e si avviò al piano di sotto. Le era venuto in mente che doveva mettere un po’ d’ordine nel suo atelier.

Scese le scale e aprì la porta dell’atelier. Improvvisamente però tornò due passi indietro. Aveva visto giusto attraverso la porta-finestra sul retro che dava sul cortile.
Il suo piccolo Luca non era da solo! Un’altra sagoma stava infatti accanto a lui.

Monica sentì un brivido correrle lungo la schiena, quasi le si gelò il sangue nelle vene. Ma era una donna forte, doveva reagire.

Si sfilò lentamente le ballerine e con passi felpati camminò piano piano verso la porta-finestra della cucina.

Il suo bambino e l’uomo erano proprio fuori dalla porta, in linea d’aria lei si trovava non più di due metri da loro. Solo il doppio vetro della porta li separava.
Monica si rannicchiò di fianco alla porta, nel poco spazio che c’era tra lo stipite e i mobili della cucina. Non doveva assolutamente farsi vedere per non fare degenerare la situazione
L’uomo stava parlando con il piccolo Luca. Era giovane, di circa 20-25 anni e sembrava un tipo curato e tutto sommato di aspetto gradevole. Ma i suoi modi di fare con Luca non promettevano nulla di buono per Monica, che osservava la scena di nascosto.

L’uomo parlava al bambino ma Monica riusciva a sentire soltanto dei brusii appena percettibili.
Non sapeva che fare, le sembrava di non aver mai visto quel giovane uomo. Poi, tutto d’un tratto, si ricordò di qualcosa. Qualche settimana prima, infatti, a suo marito era stato detto che c’erano dei piani per rapire suo figlio. Entrambi non diedero peso a quelle frasi, ma evidentemente c’era un fondo di verità. Il successo economico della coppia aveva probabilmente suscitato una certa invidia in qualche ambiente.

Ma non c’era più tempo per guardare indietro nella propria vita. Con la coda dell’occhio Monica vide l’uomo allungare minacciosamente le mani verso il piccolo Luca, seduto per terra e visibilmente terrorizzato.

Monica decise quindi di intervenire, ma doveva farlo nel modo giusto. Un minimo sbaglio avrebbe potuto costare caro a se stessa e al suo piccolo.
Si ricordò alcune mosse di arti marziali e di difesa femminile apprese qualche anno prima. Le esercitava di tanto in tanto ma questa volta sarebbero state di importanza decisiva e bisognava tenere conto dell’enorme pressione emotiva che aveva addosso.

Guardò brevemente verso l’alto e realizzò che la porta-finestra si apriva verso l’interno. Se avesse voluto tentare una mossa fulminea non avrebbe dovuto prendere contro nessun ostacolo.
In pochissimi istanti Monica valutò attentamente tutta la situazione poi disse tra sé pensando al suo Luca: “piccino mio, la mamma ora ti proteggerà!”

Monica quindi scattò in piedi, girò la maniglia della porta-finestra e subito dopo si trovò di fronte l’uomo.
Quest’ultimo ebbe appena un istante per girarsi e guardare in faccia la mamma del bimbo.
L’istante successivo l’uomo si ritrovò il piede velato di Monica sulla sua faccia.
Era alto più di 1.80 ed era anche di corporatura robusta ma subito dopo si trovò sbattuto a terra. Monica lo aveva colpito con un preciso e potente calcio.

L’uomo rimase stordito per qualche secondo. Luca si mise spalle al muro ad osservare la scena rimanendo senza parole. Monica ebbe invece il tempo necessario per pianificare le mosse successive. Sapeva infatti che l’uomo si sarebbe alzato di nuovo di lì a poco.

Così in effetti avvenne. L’uomo tentò di rialzarsi ma Monica, che seguiva attentamente ogni suo movimento si sedette per terra e strinse la testa dell’uomo tra le sue dolci ma forti gambe.

Il malintenzionato la implorò immediatamente di lasciarlo andare.
“Ahiaaa!!! Mi fai male! Bastaaa!! Ti prego! Lasciami andare!”.
Monica non pensò assolutamente di lasciarlo andare. Era pericoloso e andava neutralizzato.
Lei si girò verso il suo piccolo e con sguardo sereno e voce calma gli disse: “Luca! Scappa! Non pensare a me!”. Il bambino attese per qualche secondo poi si alzò e corse verso una casa vicina.

Monica intanto continuava a stringere la testa dell’uomo tra le sue gambe. Era pienamente consapevole delle proprie forze.
L’uomo aveva la testa bloccata e cercava in tutti i modi di divincolarsi ma ogni sforzo andava a vuoto, riusciva soltanto a strisciare il corpo da una parte e dall’altra.
L’aggressore non restavano molte chance di salvare l’orgoglio. Con una mano riuscì, seppur a fatica, ad estrarre un coltello dalla tasca dei suoi jeans poi, rivolgendosi a Monica, disse: “ti ammazzerò, maledetta puttana! E distruggerò pure la tua famiglia!”.

La donna non rispose ma ovviamente non poteva accettare quanto detto dall’uomo. Monica allora raccolse tutte le proprie forze e strinse sempre più forte il collo dell’uomo tra le gambe.
Si trattò quasi di una sorpresa per la giovane mamma, l’aggressore cedette infatti rapidamente.
Questi si lasciò andare ad uno straziante lamento di dolore che però rimase ben presto soffocato.
Le gambe di Monica gli stavano stringendo il collo così forte da impedirgli di respirare.
Continuò a stringere con tutte le sue forze per un paio di minuti. L’uomo aveva infatti ceduto e aveva lasciato andare la testa che batté sul pavimento della veranda.

Monica fissò il volto dell’uomo per alcuni secondi poi a poco a poco lasciò la presa delle gambe. Non voleva pensare che l’aggressore stesse fingendo. Ma questi era davvero allo stremo delle forze.

La donna si alzò in piedi e continuò a tenere sotto controllo l’uomo che aveva ormai messo definitivamente ko.
Pensava solo al suo bimbo (e anche al bimbo che portava in grembo) ma non voleva abbandonare l’uomo. Essa aveva ancora paura che potesse risvegliarsi. Luca si sarebbe certamente recato dai vicini, un’anziana coppia con la quale erano in ottimi rapporti.

Ogni momento che passava Monica si sentì sempre più orgogliosa di se stessa. Improvvisamente, sentì dei gemiti ai suoi piedi. Era l’uomo che si stava risvegliando e provava a muoversi strisciando solo di pochi centimetri.
Monica lo guardò con disgusto. Per lei quell’uomo era un serpente velenoso al quale bisognava schiacciare la testa.
Monica salì sulla testa dell’uomo. L’aggressore smise di muoversi, era allo stremo delle forze. La donna riusciva stare senza problemi in equilibrio, si sentiva vittoriosa. I suoi piedi velati schiacciavano la testa dell’uomo contro il pavimento.

Improvvisamente, da dietro l’angolo, una voce disse: “Mamma!”. Monica si voltò, era il suo bambino che nel frattempo aveva chiesto aiuto ai vicini, che avevano poi chiamato la polizia.
Luca vide la mamma in piedi sulla testa dell’uomo. La mamma e il bimbo si sorrisero a vicenda. Monica scesa dalla testa dell’uomo, ormai definitivamente immobile, e abbracciò il suo piccolo. Entrambi scoppiarono in un pianto liberatorio.

“E’ tutto finito, bambino mio!” – disse Monica al suo piccolo.
“Brava mamma!” – rispose il bimbo con la voce rotta dal pianto – “Non tornerà più quell’uomo, vero?”.
“No, cucciolo. La mamma lo ha schiacciato! Non tornerà più”.
La mamma chiese allora ai vicini di tenere il suo bimbo per un po’. Stava infatti arrivando la polizia.

Arrivarono polizia e ambulanza. Monica venne interrogata ma risultò chiaro che aveva agito per difendere se stessa e il bimbo.

I medici non poterono fare nulla per l’uomo. Quando arrivarono era già morto. Monica lo aveva ucciso.

Monica venne portata in ospedale per accertamenti. Si trattava di una cosa necessaria perché lei era incinta. Gli esami effettuati non evidenziarono però nessun danno per il bimbo che portava in grembo.
Le dottoresse dell’ospedali furono molto gentili e si complimentarono tutte con lei quando raccontò la sua storia.

L’episodio ebbe una grande risonanza sui giornali e sulle televisioni, anche per il fatto che la donna stava cominciando ad affermarsi pubblicamente per via del suo lavoro.
Monica e la sua famiglia uscirono rafforzate da questo fatto, che contribuì ad accrescere la loro già salda unità.

Le autorità cittadine scelsero all’unanimità e senza discussioni di assegnare il premio “Donna dell’anno” a Monica per il coraggio dimostrato.
Il coraggio di una giovane, dolce e forte mamma.

Se la storia vi è piaciuta… lasciate nei commenti un messaggio per Monica!

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Sara torna a casa

Un maniaco prende di mira la ragazza sbagliata

La tiepida brezza primaverile soffiava per le vie del quartiere residenziale, era inizio maggio. Un sabato notte verso l’una Sara tornava a casa dopo una serata trascorsa a casa di amici.
Camminava a passo spedito, dopo essere scesa all’incrocio principale dall’auto di uno degli amici che si era offerto di riaccompagnarla verso casa.

In un paio di minuti Sara arrivò alla soglia di casa, frugò nella sua borsetta di finta pelle per cercare le chiavi, ci mise un po’ più di tempo del solito ma alla fine le trovò. Prima di aprire la porta si guardò rapidamente intorno, come se avesse qualche sospetto. Non notò nulla di strano e così aprì la porta ed entrò.

Tutto era tranquillo e in ordine nella sua abitazione. Sara in quel periodo stava in casa da sola perché i suoi genitori erano fuori città per motivi di lavoro.

Sara aveva venticinque anni, era una brava studentessa di economia ormai in procinto di laurearsi, era una ragazza semplice e carina, era alta 1.65 e pesava 54 kg. Aveva lunghi capelli castani lisci e occhi verdi. Il suo viso era dolce con un grazioso nasino all’insù e una bocca ben proporzionata, con le labbra coperte quella sera da un sottile strato di rossetto glitterato.

Nelle occasioni particolari Sara ci teneva a vestirsi elegante, sempre indossando abiti che mettessero in risalto la sua femminilità.
Quella sera indossava una camicetta bianca finemente ricamata, una gonna nera al ginocchio, collant trasparenti e scarpe nere col tacco di 8 cm.

La serata era stata lunga e tenere i tacchi per tutte quelle ore cominciava a diventare un supplizio per Sara. Si sfilò lentamente le scarpe e facendo due passi sulla moquette arrivò nei pressi di una poltrona, lì era appoggiato il suo abitino di seta azzurra che indossava abitualmente in casa. Accese la tv, poi si tolse con calma la camicetta e la gonna, le ripiegò con cura e le appoggiò su un tavolino accanto sotto la finestra, poi si mise indosso il suo abitino da casa e si mise a posto i capelli.

A questo punto Sara si rannicchiò sul divano. Mise un cuscino in mezzo ai suoi piedini velati da calze 15 den e lo strofinò delicatamente con le sue estremità, per scaricare lo stress.
Saltava nervosamente da un canale all’altro con il telecomando, programmi interessanti in tv in quel momento proprio non ce n’erano. Aveva bisogno di svuotare la mente ma di andare a letto ancora non ne aveva voglia.

Intanto, all’esterno dell’abitazione, sotto la veranda si era avvicinato un tipo losco. Un uomo alto circa 1 metro e 80 e piuttosto robusto. Già da alcuni giorni aveva messo gli occhi su Sara e l’aveva pedinata di nascosto. Quella sera sembrava il momento propizio per quell’uomo, approfittando del fatto che la ragazza era da sola in casa.

Il soggiorno era la prima stanza della casa e aveva una grande finestra che si affacciava sulla veranda.
L’uomo rimase all’esterno inginocchiato sotto la finestra. Ogni tanto alzava lentamente la testa per guardare all’interno. Sara rimaneva quasi immobile sul divano in uno stato di torpore, solo i suoi piedi si muovevano, strofinando il cuscino.

L’uomo pensò che era ormai giunto il momento di tentare il tutto per tutto e di entrare nella casa ma come sarebbe stato possibile farlo? Tentare di forzare la porta principale avrebbe richiesto molto tempo e Sara si trovava a pochi metri dall’ingresso. Bisognava trovare un’altra strada.

Il maniaco girò intorno alla casa e poco dopo si trovò nel cortile sul retro. Notò una finestra dalla quale proveniva una debole luce. Era la finestra della cucina e la luce era quella del soggiorno dove si trovava Sara.

Dopo una rapida ma attenta ispezione l’uomo notò che la finestra sul retro non era chiusa del tutto, decise quindi di attrezzarsi per aprirla. Aprì una tasca del suo marsupio ed estrasse un cacciavite. Poi spostò un grosso vaso vuoto e lo piazzò sotto la finestra affinché fungesse da gradino.
Senza fare troppo rumore, in pochi minuti l’uomo riuscì ad aprire la finestra. Sembrava aver predisposto tutto alla perfezione ma non si era accorto che accanto alla finestra c’era un barattolo di latta che cadde a terra, facendo molto rumore.
Sara si voltò di scatto verso la cucina ma non vide nulla. Il suo torpore era però svanito nel nulla, improvvisamente.

Si alzò dal divano di scatto poi andò verso la cucina moderando il passo. Non aveva scarpe e questo le permetteva di non farsi sentire dal malintenzionato.
Arrivò fin quasi alla porta della cucina, che era semichiusa. La luce era spenta all’interno e Sara non poté vedere l’uomo ma qualcosa nel suo intuito le suggerì di pensare che qualcuno era entrato in casa.
Si fermò in quel punto per pochi istanti poi decise di fare qualche passo indietro sempre con lo sguardo rivolto verso la porta della cucina. Passo dopo passo si trovò ai piedi della scala che portava al piano superiore.
Sara salì le scale gradino dopo gradino, fermandosi a sentire eventuali rumori provenire dalla casa. Alla fine si trovò in cima alla prima rampa di scale e si nascose dietro il corrimano della seconda rampa, rimanendo in attesa.

Giusto qualche minuto e Sara sentì un rumore di passi, la sua impressione era giusta, qualcuno era entrato in casa.
Cercò di mantenere la calma ma intanto strofinava nervosamente un piede sull’altro.
Il rumore di passi diventava sempre più forte finché Sara non ebbe un certezza: l’uomo era giunto ai piedi delle scale.

Per qualche interminabile istante a Sara sembrò di non avere fiato e rimase immobile. Poi però, sentendo l’uomo che stava pian piano salendo le scale, il suo istinto le comandò una mossa fulminea.

Sara si girò di scatto e si trovò davanti il maniaco, che stava tre gradini più in basso. Sara ebbe appena il tempo di guardare in volto l’uomo mentre questi rimase stupito dalla mossa della ragazza.

Per Sara non c’erano più alternative, doveva difendersi. Prima alzò delicatamente una gamba e poi di scatto stampò il suo piede velato sulla faccia dell’uomo, calciandolo.
Il maniaco perse l’equilibrio e rotolò giù dalle scale. Era dolorante ma dopo poco provò a rialzarsi. Sara quindi scese di corsa i gradini e con un salto scavalcò il malintenzionato.
Poi si diresse verso il soggiorno e quando si girò notò che l’uomo si era rialzato e con fare rabbioso si stava scagliando contro di lei.

Sara reagì prontamente con una scarica di calci allo stomaco dell’uomo che rimase letteralmente di sasso.
Rantolò sempre più rumorosamente e alla fine si accasciò a terra nello stretto spazio tra un divano e la parete.

La ragazza si mise a debita distanza da lui e lo fissò cercando di controllare ogni sua possibile reazione.
Non appena l’uomo si rimise almeno in parte dal trauma, estrasse dalla tasca dei jeans un coltello a serramanico e tentò nuovamente di rimettersi in piedi.

Sara sentì che stavolta doveva mettere definitivamente ko l’uomo. Il successo delle mosse precedenti diede parecchia fiducia alla ragazza.
Sara si avvicinò e con un preciso calcio al polso dell’uomo scaraventò il coltello lontano dalla scena. A questo punto la ragazza salì sopra il petto dell’uomo e cominciò a pestarlo con tutte le sue forze sotto i suoi piedi velati.
Nonostante Sara fosse senza scarpe, essa riuscì a procurare un intenso dolore al maniaco.

“Bastaaaa! Non ce la faccio più! Mi schiacciiii! Ti prego, lasciami andare!”, urlò l’uomo con le residue forze rimastegli in corpo.

Sara non ascoltò le sue suppliche, era troppo preoccupata di difendere se stessa e le era ormai chiaro che quell’uomo rappresentava un pericolo concreto ed immediato.

Dopo un paio di minuti di furioso calpestamento, il maniaco era ormai allo stremo delle forze. Sara se ne rese conto e lentamente calò il ritmo fino a quando non scese dal corpo dell’uomo.
Lei rimase accanto a lui per un po’. Successivamente l’uomo, rantolando, cominciò a strisciare sul pavimento in preda a dolori lancinanti. Si diresse verso l’uscita e Sara aprì la porta.
L’uomo si trascinò con grandissima fatica oltre la soglia, poi piegò verso la parete esterna della casa, sotto la veranda. Strisciò solo per un paio di metri poi cominciò a vomitare sangue.

Sara prese allora il telefono e chiamò i soccorsi. Dopo poco arrivarono polizia e ambulanza.
Alla ragazza venne riconosciuto di aver agito per legittima difesa e non venne condannata.
L’uomo invece, con parecchi organi interni schiacciati, fu costretto a parecchi mesi di ospedale.

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Soffici panini

Soffici panini, schiacciati da piedi di donna…

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